Cristiani in Israele – Seconda parte

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FEBBRAIO 2017

Francesco Riccardi

Essere Cristiani nella terra del signore

Lo scenario religioso della popolazione ebraica è anch’esso ricco di posizioni e sfumature.
Circa l’8% degli israeliani (calcolato rispetto al totale della popolazione non rispetto alla sola popolazione ebraica ) è costituito dagli Haredim, quel gruppo che si è soliti definire “ultraortodossi”, il 10% sono i Datiim, religiosi non ultraortodossi, il 23 % i Masortim, attenti alla tradizione ed allo stesso tempo al pluralismo costitutivo della società israeliana contemporanea, infine per il 40% gli israeliani si riconoscono nella posizioni degli Hilonim vale a dire degli ebrei secolari che collegano l’identità ebraica con un patrimonio valoriale condiviso e magari con l’ascendenza pur non essendo necessariamente praticanti.

 

Dati questi punti fermi di inquadramento è possibile cercare di avvicinarsi ai cristiani che vivono nella regione. Ho scelto di farlo con l’aiuto di Padre David Mark Neuhaus sj 1 la cui autorità in materia è indiscussa e che , con grande gentilezza, mi ha inviato da Gerusalemme alcuni suoi scritti.

I cristiani cittadini di Israele sono all’incirca 160000 di cui più o meno 120000 palestinesi arabofoni2 e circa 40000 di lingua ebraica che, nel corso dei decenni sin dalla fondazione dello Stato, sono approdati in Israele per lo più per via di legami di parentela con ebrei che avevano diritto alla cittadinanza3.

Dominus Flevit cross overlooking the Dome of Rock.

Photo by: orcaman , Creative Commons

A questo numero di cristiani cittadini dello Stato si debbono aggiungere i richiedenti asilo così come le persone che giungono in cerca di lavoro o di altri tipi di assistenza. Questi cristiani, provenienti per la maggior parte dall’Asia o dall’Africa, possono essere stimati, con la loro prole nata all’interno dello Stato, in un numero che va dai 120 ai 1500004. Esiste poi un’altra realtà su cui desidero soffermarmi anche per via di alcuni contatti personali . Si tratta degli “ebrei messianici”5, che considerano se stessi pienamente ebrei e contemporaneamente credono che il Messia atteso da Israele sia stato effettivamente Gesù di Nazareth.
Non sfugge la delicatezza della questione.

 

 

Nel corso dei secoli, accanto alle tensioni, si sono sempre verificate situazioni di contiguità tra il cristianesimo e l’ebraismo così come è lungo e ben noto l’elenco delle conversioni in ambedue le direzioni.

Il fatto è che qui si tratta di qualcosa di diverso cioè di persone che ritengono conciliabili elementi che , almeno dalle fasce più rigorose di entrambe le tradizioni, non vengono considerati tali. Se poi si considera il timore ,presente in queste stesse fasce più rigorose, che l’intero fenomeno nasconda un’operazione più o meno organizzata di proselitismo non è difficile rendersi conto delle implicazioni sull’intero processo di dialogo e riconciliazione. In Israele si possono contare alcune migliaia di ebrei messianici, i dati che ho trovato vanno dai 10 ai 200006.

Queste persone vivono rispettando la legge e le mitzvot7che ne conseguono , anche se alle volte con modalità proprie non condivise da tutti, ed adempiono ai doveri nei confronti dello Stato primo fra tutti il servizio militare, così nevralgico in Israele. Pertanto sostengono di essere pienamente e totalmente appartenenti al popolo ebraico. Eppure credono in Gesù come Messia, alcune volte accordandoGli anche la figliolanza divina8altre volte professando un messianismo di natura piuttosto diversa.

Quindi sorge la domanda. Una persona che accetti la messianicità di Gesù di Nazareth diventa per ciò stesso cristiana oppure esiste un quid che caratterizza in modo essenziale l’esperienza religiosa cristiana per cui si può dare il caso di una persona che , pur accettando la messianicità di Gesù non sia definibile come cristiana?9

E’ la tipica questione di interesse della fenomenologia storico-comparata che, mediante i propri specifici metodi di analisi dovrebbe essere in grado di raggiungere il livello profondo di un’esperienza religiosa, il livello cosiddetto “strutturale”, così da caratterizzarla a prescindere da atti di pensiero , anche di portata altissima, che però non attingono il suddetto livello strutturale. Ora debbo dire che l’analisi fenomenologica condotta sul cristianesimo e sulla tradizione ebraica10 non mi sembra offra queste fondamentali differenze. Se è vero che questa analisi porta ad individuare , quale elemento strutturale del cristianesimo, la “Incarnazione quale infinità personale comunitaria di Dio”11, d’altra parte va detto che le note caratteristiche del monoteismo, come l’infinità personale, la creatio ex nihilo sui et subiecti, la convergenza degli attributi divini si trovano in ambedue le esperienze. Riguardo poi all’incidenza sulla tradizione ebraica dell’idea messianica in particolare occorre dire che non mi sembra di riscontrare una concordia tra tutti gli studiosi. Infatti se da un lato penso sia molto vero che: “ Per l’ebraismo l’idea messianica è una delle tante. È una tensione, un’attesa, e l’ebraismo teoricamente potrebbe esistere – come di fatto esiste – senza il messianismo realizzato”12d’altra parte un testo importante come i principi di fede di Maimonide13, peraltro modificati da pensatori religiosi successivi, propongono un articolo, il dodicesimo, in cui la fede nella venuta del Messia è asserita.

  1. Padre David è nato nel 1962 a Johannesburg da famiglia ebraica, all’età di quindici anni è emigrato in Israele dove si è convertito al cattolicesimo. Dopo aver studiato Scienze Politiche all’Università Ebraica di Gerusalemme è entrato nella Compagnia di Gesù. Nel 2000 dopo aver compiuto i suoi studi ecclesiastici a Parigi ed a Roma è stato ordinato sacerdote. Nel 2009 il Patriarca Latino di Gerusalemme Fuad Twal lo ha nominato Vicario Patriarcale per i cristiani di lingua ebraica.
  2. All’interno di questa popolazione esiste un fenomeno interessante vale a dire la spinta a recuperare l’identità culturale e linguistica aramaica della prima generazione cristiana. Alcuni cristiani palestinesi, facendo riferimento ad alcuni leaders come il Pope Ortodosso Gabriel Nadaf, tendono a recuperare la propria radice cristiana precedente l’arabizzazione e spesso si qualificano come “aramei”. Non ho trovato dati affidabili circa la consistenza del gruppo e non sono in grado di esprimere una valutazione di tipo fenomenologico circa l’effettiva analogia tra questo tipo di esperienza e quella della primitiva comunità giudeo-cristiana.
  3. La Legge del Ritorno ( ‘Aliyah) del 1950 concedeva la cittadinanza anche a non ebrei aventi legami di parentela di diverso grado con ebrei.
  4. D. Neuhaus sj, So that they may be one-New ecumenical dilemmas in Israel-Palestine today, in Proche Orient Chrétien, volume 65 (2015),1 / 2, 45-58. 
  5. Esistono diverse espressioni che , a prima vista sembrano del tutto equivalenti, come ad esempio “giudeo cristiani “, “ebrei messianici”, “ebrei cattolici”. Alle volte indicano realtà effettivamente differenti nel corso dei secoli, altre volte sembrano piuttosto sfumature prodotte dagli studiosi di storia dell’ebraismo e del cristianesimo. Per evitare confusioni utilizzo l’espressione “ebrei messianici”, corrispondente all’inglese “messianic jews” abbastanza diffusa nella letteratura corrente ed anche nei media per intendere esattamente il fenomeno cui faccio riferimento.
  6. Non mi sento di dare dati affidabili perché non li ho trovati sul sito ufficiale dell’ Israeli Central Bureau of Statistics però non penso che attestandosi sul dato che ho presentato ci si allontani troppo dal vero
  7. Azioni comandate o prescritte dalla tradizione così come semplicemente raccomandate ( plurale di mitzvah)
  8. Di proposito non uso l’espressione “natura divina” che richiama piuttosto la tradizione cristiana schietta successiva ai concili incentrati sul problema del monofisismo e monotelismo. Qui si ha a che fare con un’esperienza che vuole ricollegarsi con la riflessione veterotestamentaria sul messianismo.
  9. Ovviamente questa domanda ha senso in riferimento a coloro che accettano la messianicità di Gesù accordandoGli anche la figliolanza divina, coloro che vedono questa messianicità in modo diverso vivono un’esperienza religiosa che certo non è cristiana.
  10. Ad iniziare dal giudaismo post-esilico sino alla successiva esperienza rabbinica che si estende lungo i secoli dalla distruzione del secondo tempio all’epoca moderna
  11. Giovanni Magnani, Religione e religioni, vol II, Il monoteismo profetico, Ed. PUG, Roma 2001,367
  12. Riccardo Di Segni, Il rischio dei movimenti messianici, 30GIORNI, anno 2011 numero 11, intervista concessa a Giovanni Cubeddu. E’ un’intervista molto interessante proprio per comprendere l’incidenza , le prospettive ma anche i rischi collegati con movimenti effervescenti.
  13. 1135-1204