L’ESSERE UMANO E LA “SUA” TERRA

Francesco Riccardi

Sono stato spesso piuttosto attratto dal tema del rapporto tra gli essere umani e la terra dove vivono, la “loro” terra. L’epoca attuale vede risorgere i nazionalismi, anche i più beceri. L’argomento è di triste, scottante attualità. Siamo abituati, è naturale, al territorio che abitiamo, qualcosa di plasmato a nostra immagine e somiglianza, pieno di simboli della nostra cultura.

L’Italia è fatta di chiese, edifici barocchi, rinascimentali, romani e così via. Se, come credenti, ci poniamo il problema e l’obiettivo dell’unità della famiglia potremmo essere tentati dal considerare la comunanza di retaggio culturale come una manifestazione di questa unità.

Ho sentito recentemente riproporre questa affermazione. Scorrendo testi di studiosi del rapporto tra essere umano e territorio è possibile trovare interessanti variazioni sul tema.

Soltanto qualche esempio.

Massimo Venturi Ferriolo, territorialista al Politecnico di Milano, è autore anche di “Etica del paesaggio”, un’opera piuttosto in voga tra quelli che si interessano di queste cose.

In quest’opera Venturi Ferriolo attribuisce una valenza etica proprio al senso di “radicamento” che caratterizza il rapporto tra un essere umano e la “sua” terra.

Arriva a parlare del paesaggio come di “progetto del mondo umano”, penso che non sfugga la nota di vera totalità che è presente in questa espressione.

Un secondo esempio di questo genere di riflessioni è Luisa Bonesio, questa volta una filosofa, docente all’università di Pavia.

Questa studiosa si è dedicata allo sviluppo della cosiddetta “geofilosofia”. Lo scopo è quello di stabilire un vero collegamento tra terra e pensiero. Usa espressioni come “funzione e senso” attribuendole al territorio. Legge il territorio come una sedimentazione dell’ identità di chi lo abita. Si tratta di riflessioni tranquille, molto rispettabili.

Però , mentre riflettevo su questo articolo, mi sono anche imbattuto nella versione peggiore, la più sinistra di questo pensare il radicamento identitario nella terra.

Questa versione sinistra, per come vedo io le cose, è quella della cosiddetta ideologia voelkisch che fa riferimento alle “forze formative del suolo”, Bodenbeschaffenheit.

Secondo questo modo di pensare è la “terra” che determina le caratteristiche fisiche e spirituali del popolo che ne è originario, il Volk appunto.

La “terra” è il radicamento, la radice dell’umanità del Volk, segnatamente del Volk indoeuropeo, “ariano”.

Per contro coloro che non sono originari della “terra”, gli stranieri appaiono proprio non dotati di questa radice, ad essi non si può riconoscere l’umanità particolare che caratterizza il popolo della “terra”.

I nomi che vengono abitualmente riferiti a questo movimento sono quelli di Hermann Keyserling e Bernard Von Cotta, filosofo il primo e naturalista il secondo, ambedue a cavallo tra il XIX ed il XX secolo, ambedue ideologi del movimento.

Purtroppo, ho trovato traccia della vicinanza a questo movimento anche di scienziati famosi come Haeckel e Ostwald, campioni del positivismo tedesco.

Essere uomini di scienza alle volte non vaccina contro la pura follia.

Inutile, penso, fermarsi ancora su questo modo di pensare, sappiamo bene a che cosa hanno portato queste farneticazioni.

Mi chiedo, invece, se non sia opportuno cercare di agire in positivo, vale a dire cercare di riconsiderare alla base il nostro modo di intendere il rapporto degli umani tra loro e con la “loro” terra.

Il mondo è fatto di migrazioni quanto di stabilità. I fatti di questi anni, sia in Italia che altrove, ci hanno mostrato con evidenza il cumulo di sofferenze, le paure, le reazioni inconsulte che scombussolano sia i migranti che gli ospitanti.

Ora, di fronte ad un mondo “migratorio”, in cui l’unità della famiglia umana non riposa sui retaggi comuni delle tradizioni, quale strada dobbiamo battere per non perdere questa unità anzi per accrescerla?

La situazione, a prima vista, sembra pericolosa.

Però il pensiero della Chiesa non si fa intimidire.

Il fatto che davanti ai nostri occhi si presentano simboli diversi, a volte molto diversi e tutti investiti di affetto non sembra costituire problema per il pensiero della Chiesa.

Così il fatto che sia possibile attribuire la qualifica di “beni” , cioè a riconoscere la presenza del valore, a realtà molto diverse tra loro.

Ho trovato traccia, nel messaggio che la Chiesa ci propone, di una convinzione molto rasserenante circa la questione.

E’ rasserenante pensare che queste realtà così diverse tra loro, tanto da spiazzarci e turbarci qualche volta, sono dotate di senso solo se le intendiamo come rimando a qualcosa che è centrale per il mistero dell’esistenza umana e soprattutto qualcosa che è universale.

Solo due esempi di questa rasserenante convinzione, due brevi citazioni.

La prima è tratta da un’opera cardine del pensiero politico e sociale cattolico :” La democrazia e le sue ragioni “ del Cardinale Pietro Pavan (1903-1994, collaboratore di Giovanni XXIII anche nella stesura della Pacem in Terris, un uomo che ha riflettuto profondamente sui problemi del nostro tempo.

A proposito della necessità di far prevalere l’umano sull’etnico Pavan ci ricorda la semplice e fondamentale verità che sempre ci sfugge: “La vita umana…si rivela, pure nella sua ricca varietà, fondamentalmente una…In fondo, più o meno consapevolmente, ciascuno viene a capire che tutti gli uomini, qualunque siano le loro peculiarità etniche, avvertono gli stessi bisogni, sono impegnati nella soluzione di problemi identici, sono tesi verso le stesse mete”. Il nostro tempo secondo Pavan, che scriveva circa cinquanta anni orsono ricordiamolo, ci offre, oltre ad elementi di preoccupazione, anche la possibilità di comunicazioni come mai prima, gli umani possono: “…scoprire la loro comune umanità , vivificatrice delle loro stesse peculiarità etniche : l’umano, sotto l’azione di mille impulsi, spesso impercettibili ma non per questo meno efficaci, emerge sempre più sull’etnico”.

Il secondo esempio lo trovo nel libro di Giovanni Paolo II “ Non uccidere in nome di Dio”.

Credo sia un libro bello, soprattutto molto vero. Il Papa prende occasione dai fatti tragici della sua generazione per ribadire, in modo chiaro , pieno, l’insegnamento eterno della Chiesa.

A proposito della differenza tra le culture egli dice che:” …il nostro rispetto per la cultura degli altri è radicato nel nostro rispetto per il tentativo che ogni comunità compie per dare risposta al problema della vita umana”.

“Il problema della vita umana”, non “i problemi delle vite umane”, Papa Wojtyla ci ricorda che “il problema” è uno per tutti.

Penso proprio che non dovremmo lasciarci dominare dai nostri propri ed esclusivi simboli.

Custodiamoli, trasmettiamoli alle future generazioni, ma non lasciamoci dominare, non lasciamo che ci mettano gli uni contro gli altri, cerchiamo di essere noi a volare alti e indipendenti sopra di essi.

Il “problema” è uno ed è lo stesso per tutti, indipendentemente dai simboli con cui cerchiamo di arrampicarci su di esso.

Sono consapevole che questo programma richiede ascesi. Ascesi consistente nella rinuncia a vedere un mondo rassicurante, plasmato secondo i nostri simboli. Ascesi consistente nell’accettazione del senso di precarietà.

Il premio per questo sforzo di ascesi, credo, sarà respirare meglio, senza il broncospasmo dell’identità minacciata.

La “Storia del pensiero Occidentale” di Giovanni Reale e Dario Antiseri riporta una chiara affermazione di Henri Bergson che credo si riferisca proprio a questo, purtroppo non sono riuscito a trovare il testo originale ma mi fido dei due illustri professori:”..fra la nazione, per quanto grande, e l’umanità, c’è la stessa distanza che esiste tra il punto e l’infinito, tra il chiuso e l’aperto”.

Concludo questa mia riflessione proprio concentrandomi sulla precarietà, tornando alla “terra” da cui sono partito.

Per una persona che fa riferimento alla tradizione ebraico-cristiana “terra” e precarietà non sono cose inconciliabili.

Nell’esperienza veterotestamentaria l’essere itineranti è qualcosa di veramente fondamentale, lo sappiamo bene.

Inizialmente come esperienza reale, durante la quale Colui che guida è il punto di riferimento centrale.

Poi, con lo stabilirsi nella terra, l’essere itineranti diviene un atteggiamento interiore.

Nessuna istituzione, né civile né religiosa, è icona di un assoluto legame con la terra.

Tutto appartiene a Colui che dona.

Qui si è lontani anni luce dalla mistica del sangue e del suolo, la tradizione ebraico cristiana non ha nulla a che fare con queste farneticazioni.

Io penso che in questi nostri tempi sia più che mai necessario ed urgente recuperare un grande senso di precarietà nel nostro rapportarci alla terra.

Essa è “nostra” solo nel senso che è donata a tutti noi esseri umani, tutti in qualche modo migranti.